Borgogno: dal 1761, la storia di Barolo

Di Karin Mosca
Borgogno e Barolo: intervista a Maria Giovanna Migliore - Drinks&Co

Borgogno e Barolo: intervista a Maria Giovanna Migliore - Drinks&Co

Oggi andiamo a visitare uno dei borghi più belli delle Langhe e, permettetemi, d’Italia: Barolo. In particolare, scopriremo qualcosa di più su Borgogno, storica cantina della zona, e i suoi vini in compagnia di Maria Giovanna Migliore. Preparatevi: la sua passione per questo mondo vi travolgerà!

La cantina Borgogno raccontata da Maria Giovanna Migliore

Ciao, Maria Giovanna! Raccontaci un po’ chi sei!

Buongiorno a tutti! Qui da Borgogno mi occupo di tutto ciò che ha a che fare con l’ospitalità: visite, degustazione, etc. Volevo iniziare, soprattutto, ringraziandovi per averci dato la possibilità, a me e a tutti i miei colleghi, di raccontarci!

Grazie a te per la disponibilità! Iniziamo subito con le domande. Perché la cantina Borgogno è diversa da tutti gli altri produttori di Barolo?

Borgogno è una delle cantine più storiche della Langa e di Barolo. È stata fondata nel 1761 da un contadino, Bartolomeo Borgogno. Quando raccontiamo la nostra storia, ci piace sottolineare che Bartolomeo fosse un contadino. Se pensiamo, infatti, a metà Settecento, ma anche un secolo dopo, chi era direttamente coinvolto con il mondo della produzione vinicola faceva parte della nobiltà, della borghesia e dell’aristocrazia. A Fontanafredda, ad esempio, è stato lo stesso re Vittorio Emanuele II ad avviare la cantina che conosciamo ancora oggi. In mezzo a re, regine e conti, c’era anche quest’umile contadino, che è riuscito a portare il frutto del suo lavoro sulle tavole e agli eventi più importanti. 

Intervista a Maria Giovanna Migliore della cantina Borgogno di Barolo - Drinks&Co
Maria Giovanna Migliore

C’è un’altra figura di riferimento che consideriamo un visionario, un rivoluzionario: Cesare Borgogno. Nel 1920, Cesare, appena ventenne ma dotato di una grande lungimiranza e spirito imprenditoriale, entra in cantina e capisce che il Barolo può invecchiare. È ha un’idea geniale: dalla vendemmia 1922, decide di dedicare una piccola parte della produzione alla vendita, e di “dimenticarsi” della maggior parte, già imbottigliata, in cantina, con i migliori parametri di umidità e di temperatura. Dà vita così a un immenso tesoro di riserve, una libreria con i migliori millesimi di Barolo, che si arricchisce di anno in anno e che è il nostro più grande orgoglio! Oggi, siamo una delle cantine con il più grande portfolio di riserve in vendita, di cui la più antica è la 1961. Quest’anno stiamo per lanciare la 2015.

Per quanto riguarda il mondo dell’ospitalità, poi, siamo stati una delle prime cantine ad aprire le proprie porte ai visitatori con degustazioni e tour guidati. Tutto ciò per mostrare alla gente com’è il nostro mondo, la nostra quotidianità. Come tu sai, noi ci troviamo nel cuore del centro storico di Barolo, e spesso chi ci viene a trovare ci chiede dove sia la cantina vera e propria. Beh, la cantina si trova proprio qui! Si snoda completamente sotto terra e tutta la produzione avviene proprio qua, fin dal 1761.

Come definiresti lo stile di Borgogno a qualcuno che non vi conosce in assoluto?

In due parole, lo definirei classico e tradizionalista. Negli anni, infatti, abbiamo continuato a seguire quella che è la tradizione: dal 2013 abbiamo deciso di tornare alle fermentazioni in cemento, come si faceva in passato, dal 2010 le fermentazioni sono tutte spontanee e l’affinamento avviene in botte grande. Anche dopo il movimento dei Barolo Boys – quei produttori della Langa che volevano far conoscere il Barolo negli Stati Uniti e che usavano la barrique – e l’acquisto della cantina da parte della famiglia Farinetti nel 2008, abbiamo continuato a seguire la tradizione piemontese.

Linea Le Teorie
Etichetta Teoria della fortuna

Nonostante ciò, ci piace sottolineare che il nostro stile è sempre orientato al futuro, non siamo “statici”. Ad esempio, per noi è importantissimo il tema della sostenibilità, così come il metterci in discussione e in gioco, come è successo con il nostro approccio al mondo dei bianchi. Una novità per noi, che per 250 anni abbiamo prodotto solo rossi! Inoltre, ricordiamo anche le nostre etichette più particolari: il No Name; il Resistenza, un Barolo che rilasciamo ogni 25 aprile; le Teorie, 18 etichette con grafiche particolari, disegnate da Oscar Farinetti, che riguardano tematiche della vita e il cui scopo è quello di aprire un dibattito in tavola. 

E in termini di botti, cosa significa essere tradizionalisti?

Come hai potuto vedere, in cantina abbiamo solo botti grandi, dai 22 hl fino ai 192 hl, tutte non tostate, principalmente in rovere di Slavonia. E l’invecchiamento è molto lungo, diamo al vino tutto il tempo per completare la sua evoluzione. 

In cantina abbiamo anche una botte storica, che continuiamo a utilizzare. Si tratta di quella più grande, da 192 hl, che ha la bellezza di 120 anni ed è in legno di castagno. Cent’anni fa, infatti, si usava il legno che era disponibile in loco e qui, si sa, siamo in terra di castagni.

Botti all’interno della cantina

Parlaci un po’ meglio di questo nuovo approccio ai bianchi…

Era Ora
Langhe Riesling

Borgogno e i bianchi: era ora! A un certo punto abbiamo pensato che, dopo 250 anni di rossi, era giunto il momento di fare qualcosa di nuovo. Abbiamo iniziato con il nostro Langhe Riesling, prima annata prodotta 2012. Abbiamo deciso di scegliere il Riesling renano perché volevamo produrre un vino bianco che facesse eco al mondo del Nebbiolo, quindi strutturato e con una buona propensione all’affinamento. Il Riesling renano, in confronto a quello italico, ha una maggiore concentrazione, quindi era perfetto per il nostro scopo. 

Le nostre vigne si trovano a Madonna di Como, una frazione di Alba a un quarto d’ora da Barolo, in un’area “a metà”: non si trova né nel disciplinare del Barolo, né in quello del Barbaresco. È molto interessante, però, perché ci troviamo quasi a 500 m. di altitudine e il suolo presenta più sabbia, il che enfatizza poi la freschezza e l’acidità del vino. Insomma, per noi queste sono le condizioni con le quali questo vitigno esprime davvero al meglio il suo potenziale. 

Poi, però, ci siamo chiesti se non esistesse un vitigno autoctono su cui potessimo lavorare. CI siamo spostati, quindi, a 111 km da Barolo e siamo approdati sui colli tortonesi, in provincia di Alessandria, più precisamente a Monleale, dove abbiamo iniziato la nostra avventura nel mondo del Timorasso. Un vitigno storico, conosciuto sin dal Medioevo, che purtroppo si stava perdendo e che è stato riscoperto recentemente dal pioniere Walter Massa. Grazie anche all’amicizia che ci lega alla famiglia Massa, abbiamo potuto dare vita, dal 2015, a quello che amiamo definire un “Barolo bianco”.

Il Timorasso, se cresce sui colli tortonesi, prende il nome di Derthona, il nome romano della città di Tortona. Lo chiamiamo “Barolo bianco” perché è un bianco strutturato che può essere lasciato affinare in bottiglia anche per 10-15 anni. Da quest’anno, poi, abbiamo deciso di affiancare anche un primo cru di Derthona, che nasce da una superselezione dei 4 ettari vitati che possediamo nel vigneto Scaldapulce.

Derthona

Potremmo riassumere così i nostri bianchi: il Riesling è verticale, fruttato, acido, fresco in giovinezza, e sviluppa i classici sentori di idrocarburi con il tempo; il Derthona è opulenza, grassezza e struttura. Due bianchi con due identità ben diverse.

Come mai vi siete spinti così fuori?

Nascere a Barolo, per chi si occupa di vino, significa essere fortunati e, in qualche modo, vogliamo “farci perdonare” questa fortuna. La nostra idea è quella di traslare questa fortuna ad altri territori, un po’ come un gesto di onestà intellettuale. Noi, sui colli tortonesi, abbiamo tutto da imparare, tutto, da chi da sempre coltiva nella zona. Quello che vogliamo fare, con tutta la nostra umiltà, è puntare una luce, fare da cassa di risonanza, a un territorio straordinario che merita di essere scoperto e riscoperto. 

Torniamo al tema sostenibilità…

Per noi il tema della sostenibilità è fondamentale, in quanto pensiamo che l’innovazione parta dall’agricoltura. Dal 2015 abbiamo intrapreso il nostro percorso di conversione al biologico, e la 2019 è stata la nostra prima vendemmia certificata biologica.  

Da sempre, però, siamo stati attenti al mondo della sostenibilità per rispettare il territorio: non usiamo diserbanti, ci affidiamo a trattamenti sostenibili, concimi di origine organica. In fondo, tutto quello che mettiamo nel terreno poi, in qualche modo, lo si va ad assimilare, che sia attraverso il vino o altro. È un qualcosa che facciamo non solo per noi, per il nostro vino, ma anche per le generazioni future. Bisogna cambiare la mentalità, ecco.

Inoltre, nel nostro ettaro nel vigneto Cannubi abbiamo iniziato anche a fare prove di biodinamica, usando dei trattamenti a base di scorze d’arancia e alghe marine e la sfalciatura manuale. 

Vigna Cannubi San Lorenzo

Ci sono momenti o aneddoti sulla cantina che ci vuoi raccontare?

In tutti questi anni, ci sono stati diversi eventi che ci piace ricordare. Prima abbiamo detto che il contadino Bartolomeo Borgogno è riuscito ad arrivare alle tavole più importanti. Ad esempio, il 17 marzo 1861, durante il banchetto ufficiale per celebrare l’Unità d’Italia, si brinda con un vino Borgogno. O ancora, a inizio Novecento, lo zar Nicola II Romanov, viene in visita a Racconigi e, durante il banchetto in suo onore, si brinda con un vino Borgogno.

Un altro aneddoto è che, nel 1955, l’ente di certificazione dei vini francesi si lamentò della troppa somiglianza tra “Borgogno” e “Borgogna”. L’ente intentò anche una causa legale alla cantina perché il nome non andava bene. Il primo documento commerciale ufficiale di Borgogno, però, è datato 1848, ed è un documento in cui si attesta che Borgogno è il fornitore di vino per l’esercito sabaudo di stanza a Racconigi. Grazie a questo documento, abbiamo dimostrato che Borgogno era il nome del fondatore e che, a livello commerciale, esistevamo da più di un secolo. Alla fine, è andato tutto per il verso giusto!

Se dovessi scegliere tra i vini di Borgogno…

Intervista alla rappresentante della cantina Borgogno, Maria Giovanna Migliore - Drinks&Co

… il vino che più di tutti rappresenta la cantina: 

Beh, il Barolo! Se pensiamo in generale, direi un Barolo Riserva, proprio perché, come spiegavo prima, abbiamo una libreria di riserve alla vendita tra le più grandi. E poi perché bere una Riserva è un’esperienza: non si parla solo di vino, ma di ciò che è accaduto in quell’anno, gli eventi storici, l’evoluzione nel tempo. 

Se devo scegliere tra i nostri tre cru – Liste, Cannubi, Fossati -, invece, quello più rappresentativo è il Barolo Liste, un vino che produciamo da sempre. In cantina abbiamo anche una bottiglia del 1886 con etichetta nera, la stessa con cui in passato etichettavamo il vino prodotto con le uve provenienti da un unico vigneto. Successivamente, abbiamo scoperto che quel Barolo, definito Storico, è stato prodotto con le stesse uve di Liste. Inoltre, vicino al vigneto c’è anche una cascina, Cascina Liste, che in passato era la casa dei contadini che lavoravano i nostri vigneti. Insomma, siamo molto legati a questo cru austero, preciso, con una propensione all’invecchiamento maggiore. Racchiude un po’ l’anima di Borgogno!


… il tuo vino preferito:

Cannubi. Quello che è il suolo di questo vigneto si ritrova tutto nel vino. Si dice addirittura che sia nato prima il Cannubi che il Barolo! Ci sono scritti del Settecento che parlano di quest’area, quindi ancor prima che nascesse il concetto di cru o di MGA (N.d.R. Menzione Geografica Aggiuntiva). Il suolo di Cannubi presenta una stratificazione perfetta: sabbia, che dona freschezza e frutto; limo, che dona grassezza e rotondità; marna, che dona struttura. Abbiamo davvero un mix perfetto, un’eleganza che è unica!


… il vino “meno classico”:

No Name

Quello fuori dagli schemi è, sicuramente, il No Name. Lo si capisce già dall’etichetta, che è meno classica, più informale e pop. Si tratta di un’etichetta di protesta che nasce da un evento accaduto nel 2009, quando eravamo pronti a imbottigliare il nostro Barolo 2005 – o quello che per noi era Barolo! Dopo l’affinamento in rovere, i nostri vini fanno un passaggio in cemento o in acciaio, passaggio che non apporta nulla a livello di profumi o sapori, ma che ci permette di limitare le filtrazioni in fase di imbottigliamento. Noi abbiamo preso il nostro “Barolo” 2005 e lo abbiamo messo in due vasche d’acciaio, dopodiché abbiamo iniziato a imbottigliare. 

Come da procedura, abbiamo preso un campione delle prime 8.000 bottiglie e abbiamo verificato che tutti i parametri corrispondessero a quanto richiesto dal disciplinare. Abbiamo ottenuto la certificazione come DOCG. Al momento di ripetere il processo per le altre 8.000 bottiglie, l’ente di certificazione ci ha contestato che il colore del vino era troppo scuro rispetto a quello richiesto dal disciplinare. Il nostro vino, quindi, non poteva essere considerato un Barolo, ma andava declassato a Langhe Nebbiolo. Era assurdo: era lo stesso vino delle 8.000 bottiglie precedenti! 

Per “protestare”, abbiamo accettato il declassamento, ma abbiamo etichettato il vino come No Name, perché non sappiamo che vino sia! Insomma, una protesta contro la burocrazia italiana del mondo del vino, che ovviamente è utile, ma quando è troppa rende complicato il proprio lavoro. Ci è andata bene, il No Name si è rivelato un successo e abbiamo continuato a produrlo!


… quello che consigli a tutti:

Borgogno è Barolo. Il nostro Barolo classico racchiude tutti i nostri cinque vigneti storici – Liste, Fossati, Cannubi, San Lorenzo e San Pietro. Fermentazione spontanea in cemento, macerazione a cappello sommerso, lungo affinamento: l’idea di Barolo che ci rappresenta.


… quello che sorprende:

Il Derthona. Sorprende perché nessuno si aspetta che un bianco, elaborato con un vitigno autoctono, in quest’area, che non fa invecchiamento in legno, sia così strutturato. Le sue caratteristiche sono date dal vitigno e dal terroir da cui proviene. È, anche lui, un’esperienza!

Qualche parola sui vini aromatizzati?

 Noi produciamo da sempre i chinati, il Barolo Chinato – a base di Barolo – e il Borgogno Chinato – a base di Nebbiolo e Barbera. Entrambi vengono preparati con un infuso di 37 tra erbe e spezie, tra cui china calissaia, cardamomo, bacche di vaniglia, chiodi di garofano e scorze di agrumi vari, che viene messo a macerare in zucchero e alcol e che poi viene unito al vino. Si crea un “fine pasto” delizioso, di cui la ricetta rimane segreta. Sono vini perfetti da abbinare a qualsiasi dolce a base di cioccolato, ma sono ottimi anche con un po’ di ghiaccio o come base per aperitivi. 

Barolo Chinato
Borgogno Chinato

Grazie mille, Maria Giovanna. È stato un piacere ascoltarti raccontare!

Le foto sono state gentilmente fornite dalla cantina Borgogno

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