Barolo: il re dei vini, il vino dei re

Di Karin Mosca
Curiosità sul Barolo, il vino dei re - Drinks&Co

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Il Barolo, vino piemontese ottenuto da uve Nebbiolo in purezza, è uno dei cavalli di battaglia dell’enologia italiana. Oggi cercheremo di conoscerlo meglio.

1 – Il Barolo, i Marchesi Falletti e Camillo Benso Conte di Cavour. 

Il Barolo come lo conosciamo oggi nasce negli anni ‘30 del XIX secolo. Il merito? Da attribuire ai Marchesi Falletti, all’enologo francese Louis Oudart e a Camillo Benso Conte di Cavour. 

Il nobile Carlo Tancredi Falletti di Barolo e la moglie Juliette Colbert de Maulévrier, pronipote del ministro delle finanze di Luigi XIV di Francia, erano padroni di grandi proprietà terriere nel comune di Alba. Alla morte del marito, avvenuta nel 1838, Juliette chiamò in servizio nelle sue terre l’enologo francese Louis Oudart, il quale iniziò a produrre vino in Italia alla maniera francese. Il loro Barolo divenne ben presto apprezzatissimo, sia in territorio Italiano che all’estero.

Ma non dimentichiamoci di Camillo Benso Conte di Cavour. Amante della cultura francese, una volta diventato sindaco di Grinzane, chiamò lo stesso Louis Oudart a curare il vino nelle proprietà di famiglia nella zona. Il Barolo, nella sua versione secca e ferma, venne così imbottigliato per la prima volta nella storia nel 1844.

2 – Il re del vino, il vino dei re

Il Barolo di Juliette e Oudart, come abbiamo detto, divenne presto famosissimo, anche presso la corte di Carlo Alberto di Savoia. Juliette, infatti, inviò al re ben 325 botti di Barolo, una per ogni giorno dell’anno, ad eccezione dei 40 giorni di Quaresima. Fu così che a Torino il Barolo venne definito “il vino dei re, il re dei vini”, in quanto non mancava mai sulle tavole reali.

Carlo Alberto di Savoia rimase così estasiato da questo vino che acquistò anche delle proprietà a Verduno e Pollenzo, affidando al generale ed enologo Paolo Francesco Staglieno la cura dei vigneti e la produzione del vino.

3 – I comuni dove si produce Barolo

Sua maestà il Barolo non può essere prodotto in un luogo qualsiasi. Solamente 11 comuni rientrano nel disciplinare: Barolo, Castiglione Falletto,  Serralunga d’Alba, La Morra, Monforte d’Alba, Roddi, Verduno, Cherasco, Diano d’Alba, Novello, Grinzane Cavour.

4 – Barolo: vino da bere… e da mangiare!

Tra i migliori abbinamenti per il Barolo troviamo primi piatti ai sughi di carne e ai funghi, secondi piatti a base di carne rossa e formaggi stagionati dal sapore forte. Il Barolo, però, viene utilizzato anche come ingrediente per un gran numero di ricette nostrane. Tra le più famose ricordiamo il risotto al Barolo e salsiccia, i tagliolini al Barolo, lo spezzatino al vino rosso, il brasato al Barolo e lo stracotto al Barolo. Che bontà!

5 – Barolo sì, ma quale?

Preparatevi a qualcosa di davvero unico in Italia. Dal 2010, il nuovo disciplinare del Barolo include la bellezza di 181 Menzioni Geografiche Aggiuntive o sottozone che possono essere aggiunte in etichetta. Tutto ciò nasce dalla volontà di sottolineare ancora di più il valore di una denominazione come questa e la relazione di un prodotto con il suo territorio di origine.

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6 – “Quasi amabile come il Bordeaux e vivace come lo Champagne”

Prima della grande opera della Marchesa Falletti, il vino prodotto nelle Langhe era un vino dolce e frizzante, in quanto ancora non si sapeva come trasformare gli zuccheri del mosto in alcool. Questo, però, non impedì a un gruppo di diplomatici piemontesi, nel 1751, di inviare a Londra una certa quantità di “Barol”. 

Anche il futuro Presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson, in viaggio per l’Europa, ebbe l’occasione di assaggiarlo e apprezzarlo, tanto che lo citò nel suo diario descrivendolo “quasi amabile come il Bordeaux e vivace come lo Champagne”.

7 – Il Barolo chinato

Verso la fine del 1800, il farmacista Giuseppe Cappellano di Serralunga d’Alba iniziò la produzione di Barolo chinato come medicamento contro il raffreddore e la cattiva digestione. Al Barolo, infatti, venivano aggiunti alcool, zucchero e una selezione di diverse spezie, tra cui china calissaia, radice di rabarbaro, genziana e seme di cardamomo. Ben presto, il prodotto di Cappellano si diffuse rapidamente grazie all’opera di alcuni produttori, tra cui spicca la persona di Giulio Cocchi.

Oggi, il Barolo chinato ha perso la sua funzione medicinale, ma rimane comunque un ottimo vino da meditazione o da fine pasto, magari accompagnato a del cioccolato fondente. Ottimo anche riscaldato a vapore e servito con una scorzetta d’arancia.

8 – Un vino che richiede calma e pazienza

Il disciplinare parla chiaro: il Barolo richiede un invecchiamento di almeno 38 mesi, di cui 18 in botti di legno, a decorrere dal 1º novembre dell’anno di produzione delle uve, e può essere messo in vendita a partire dal 1 gennaio del quarto anno successivo alla vendemmia. Esiste anche una menzione “Riserva”, assegnata unicamente a quei vini che hanno trascorso 62 mesi di invecchiamento, di cui sempre 18 mesi in legno e il resto in bottiglia in cantina. 

Per non parlare del potenziale di invecchiamento. Se mantenuta in condizioni ottimali, una bottiglia di Barolo può durare anche oltre vent’anni. Tutto questo tempo permetterà al tannino spiccato dell’uva Nebbiolo di maturare e addolcirsi gradualmente.

9 – Collisioni Festival

Ogni anno, Covid permettendo, l’incantevole comune di Barolo ospita uno dei migliori festival di letteratura, cinema, musica ed enogastronomia in Italia, il Collisioni Festival. Un festival “agrirock”, dove le verdeggianti colline del Barolo fanno da palco ad artisti nazionali ed internazionali.

10 – I “Barolo Boys” 

Tra gli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso, un gruppo di coraggiosi viticoltori delle Langhe sfidò i colleghi più tradizionalisti per cambiare quella che era la visione del Barolo (e del vino italiano in generale) in giro per il mondo. Con importanti innovazioni tecniche e tecnologiche sia in vigna che in cantina, i “Barolo Boys” riuscirono a farsi notare anche dalla stampa americana, dando via a un vero e proprio risorgimento in un’area che sembrava essere destinata all’abbandono. 

Per saperne di più, vi consigliamo la visione del documentario Barolo Boys. Storia di una Rivoluzione (2014), diretto da Paolo Casalis e Tiziano Gaia.

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E ora, che ne dite di dare un’occhiata alla nostra selezione di Barolo? Alla salute!

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