Vin brulé: la bevanda del Natale!

Tè, infusioni, cioccolate calde… sono tanti i modi in cui riscaldarsi in queste gelide giornate dicembrine! A noi, però, piace il vino e, quindi, vi parliamo del vin brulé, la bevanda più bevuta in tutti i mercatini di Natale!

Storia e ricetta del vin brulé, la bevanda di Natale - Drinks&Co

Storia del vin brulé

Glühwein, vin chaud, mulled wine, glögg. Chiamatelo come volete, ma si tratta sempre della stessa cosa: vino caldo mischiato a zucchero e spezie. Come potete immaginare, l’abitudine di bere del vino riscaldato ha origine nelle zone di montagna e nei paesi più freddi, per poi essersi diffusa in tutto il mondo. Solitamente, viene consumato durante l’inverno, nel periodo che va dall’Avvento al Carnevale.

Il primo antenato del vin brulé risale addirittura all’Antica Roma. Il conditum paradoxum, la cui prima descrizione è contenuta nel “De re coquinaria” di Apicio, era una bevanda a base di vino rosso caldo aromatizzata con miele, pepe, zafferano, datteri e foglie di nardo. Solitamente, veniva offerto agli ospiti a fine pasto come digestivo.

Ricetta del vin brulé, la bevanda del natale - Drinks&Co

Nel Medioevo, invece, le bevande speziate si diffusero come potenti medicinali e la cannella prese  presto il posto del pepe. Il vin brulé veniva chiamato ipocras, in onore del medico greco Ippocrate, un modo geniale per rendere le bevande più convincenti dal punto di vista medico. Un’ulteriore testimonianza di questo tipo di vino la si può trovare nel Tractatus de modo preparandi et condiendi omnia cibaria, un antico ricettario anonimo risalente al Tardo Medioevo.

Con il tempo, il vin brulé si é diffuso in molti paesi europei, soprattutto in quelli dell’Est e del Nord Europa. La ricetta può cambiare leggermente di paese in paese: alcuni aggiungono noce moscata, altri zenzero fresco, alcuni lo addolciscono con dello zucchero ed altri con il miele. Il modo migliore per assaggiarlo è sicuramente mentre si passeggia per qualche mercatino di Natale, dove viene servito in coloratissime tazze di ceramica.

Il Vin brulé: il vino dei mercatini di Natale - Drinks&Co

Ricetta del vin brulé

Preparare il vin brulé in casa è molto semplice. Vi serviranno:

1l di vino rosso

100g di zucchero

Scorza di un limone

Qualche fetta d’arancia

2 stecche di cannella

Circa 5 bacche di ginepro

Noce moscata

Circa 8 chiodi di garofano

1 anice stellato

Versate lo zucchero in un tegame e aggiungete tutte le spezie, comprese l’arancia e la scorza di limone. Versate, poi, il vino rosso e accendete il fuoco. Portate lentamente ad ebollizione e fate sobbollire per circa 5 minuti a fiamma bassa. Mescolate fino a quando lo zucchero non si sarà completamente sciolto. Facendo molta attenzione, portate una fiamma sulla superficie del vino e lasciate che sfiammeggi fino al suo spegnimento. Quando il fuoco si sarà spento, versate il vin brulé nelle tazze filtrandolo. Se volete, potete aggiungere tra gli ingredienti anche delle mele.

Ricetta del Vin Brulé, il vino di Natale! - Drinks&Co

Quale vino usare per il vin brulé?

In linea generale, per preparare il vin brulé è necessario utilizzare un vino rosso corposo. Optate per un Barolo, un Cabernet o un Merlot. In Trentino-Alto Adige, si utilizzano anche vini elaborati con Pinot Nero, Schiava o Teroldego.

 

Le birre di Natale: storia di una tradizione

Anche in Italia, da qualche anno a questa parte, si è diffusa la tradizione delle birre di Natale. Sono molte, infatti, le birrerie che lanciano la loro Special Edition natalizia, la cui ricetta cambia ogni anno. Vediamo insieme da dove viene questa usanza e quali sono le caratteristiche più comuni di queste birre.

Le birre di Natale: le origini della tradizione - Drinks&Co

Birre di Natale: dove nasce la tradizione?

Nel Nord Europa, la tradizione delle birre invernali ha una storia antichissima, plurisecolare. Durante il medioevo, ad esempio, in Inghilterra veniva prodotta una bevanda fermentata a base di mele, zucchero e spezie, utilizzata per scaldarsi durante la lunga stagione fredda. La patria ufficiale delle birre di Natale, però, è il Belgio, dove sono nate per il consumo in famiglia verso la fine dell’Ottocento.

Le Kerstbier, come sono chiamate in Belgio, sono nate in piccoli birrifici artigianali che, in occasione delle Feste, solevano produrre dei quantitativi limitati di birre, per dirla in poche parole, in “edizione speciale”, che non venivano poi introdotte nella produzione seriale. Visto il successo ottenuto da queste birre anno dopo anno, anche le grandi marche hanno deciso di appropriarsi di questo costume e produrre le proprie birre natalizie.

Le birre di Natale: origini e caratteristiche - Drinks&Co

Le caratteristiche delle birre di Natale

Le birre di Natale – o Christmas Beer, Bière de Nöel, Weihnachtsbier, Winter Warmer – sono birre dal forte tenore alcolico (raramente sotto i 7-8 gradi), adatte per aiutare ad affrontare le gelide temperature invernali, che cambiano caratteristiche ogni anno e che difficilmente si ripetono nella ricetta.

Sono birre ad alta fermentazione, non pastorizzate e particolarmente intense e aromatiche. Il gusto, infatti, si rivela speziato (cannella, zenzero, noce moscata, chiodi di garofano, etc.) e dolce, con note di frutta secca, canditi, e caramello. Insomma, gli aromi e sapori tipici dell’inverno!

Le birre di Natale: ecco come è nata la tradizione - Drinks&Co

Birre di Natale e abbinamento con il cibo

Queste particolarità nel sapore non è casuale. Queste birre invernali, infatti, venivano concepite come possibile abbinamento per i piatti tipici della cucina nordica, che include carni speziate e agrodolci. Pensiamo, ad esempio, a un piatto di carne di cervo con salsa ai mirtilli, a uno stufato di carne o a un panino con salsiccia e crauti.

In Italia, possono essere abbinate perfettamente a formaggi dal gusto forte, erborinati e stagionati, o con dolci tipici delle festività, come l’intramontabile Panettone.

Le caratteristiche delle birre di Natale - Drinks&Co

Etichette decorate per Natale!

Parte del successo delle birre di Natale è dovuto anche alle etichette che ne decorano le bottiglie. Spesso, infatti, le etichette riportano disegni tipicamente natalizi, come casette innevate, Babbo Natale, slitte, renne e alberi decorati. Queste caratteristiche rendono le birre di Natale dei veri e propri oggetti da collezione… e degli ottimi regali da mettere sotto l’albero!

PIWI: i vini prodotti da vitigni resistenti

Forse, negli ultimi tempi, vi sarà capitato di sentire parlare di vini PIWI o di vitigni resistenti. Cerchiamo di capire di cosa si tratta e perché si stanno diffondendo sempre di più anche nel nostro paese.

Che cosa sono i vini PIWI e i vitigni resistenti? - Drinks&Co

I vini PIWI e i vitigni resistenti

Quando si parla di Pilzwiderstandsfähige Rebsorte – o PIWI, per chi non domina il tedesco – si parla di “varietà di vite resistenti alle crittogame”, cioè incroci tra alcune varietà di vite da vino e delle varietà di vite americane resistenti alle malattie fungine.

Le viti, proprio come gli umani, si ammalano. Le malattie fungine della vite furono importate involontariamente dall’America nel XIX secolo, con l’introduzione di alcune varietà di vite americane in Europa. Queste, insieme alla devastante fillossera, per poco non decretarono la fine della viticoltura europea. Per questo motivo, ogni anno, numerosi interventi fitosanitari sono obbligatori in tutto il paese, allo scopo di contenere una possibile infezione (e un possibile disastro).

La scopo dei vitigni resistenti è quello di “giocare in anticipo” sulla natura evitando di dover utilizzare sostanze chimiche e ricorrere ai trattamenti anticrittogamici. Come? Unendo la resistenza delle piante americane alla qualità dei vitigni europei.

Stiamo parlando, quindi, di una viticoltura attenta alla sostenibilità ambientale: non a caso questi incroci vengono spesso definiti “super bio”.

La storia dei PIWI

In realtà, lo studio di vitigni “incrociati” non è per nulla una cosa degli ultimi anni. Tra il 1880 e il 1935, infatti, vennero condotte numerose ricerche e prove per rendere le viti più resistenti ai funghi. I risultati, però, furono piuttosto deludenti, tanto che, ancora oggi, quando si sente parlare di vitigni resistenti – o ibridi, ma meglio evitare il termine – qualcuno tende a storcere il naso.

Gli studi e gli incroci condotti ai giorni nostri, invece, sono notevolmente più sofisticati e complessi rispetto a quelli del passato. Gli ottimi risultati ottenuti nelle prove di vinificazione, infatti, hanno evidenziato il rispetto delle caratteristiche varietali e hanno fatto sì che questi vitigni venissero accettati dalla Comunità Europea per la produzione dei “Vini di Qualità”.

Vini PIWI e vitigni resistenti: cosa sono? - Drinks&Co

La selezione dei PIWI

Innanzitutto, va sottolineato che il processo di selezione delle viti PIWI non è per nulla semplice o breve, ma può durare anche alcune decine di anni!

La prima fase consiste nel creare gli incroci, per poi ottenere delle piantine da seme che vengono esposte al fungo. Infine, si selezionano gli esemplari resistenti, che saranno poi valutati anche da un punto di vista enologico. Durante il processo, è possibile ricorrere all’utilizzo di alcuni marcatori per evidenziare i genotipi che contengono i geni della resistenza.

Le varietà più diffuse e la situazione in Italia

Nel campo dei PIWI, sono i tedeschi che dominano la scena, seguiti da austriaci e svizzeri. Di conseguenza, anche le varietà PIWI più diffuse sono di origine germanica. Tra queste ricordiamo il Bronner, il Cabernet Carbon, il Cabernet Cortis, il Gamaret, l’Helios, il Muscaris, il Johanniter, il Prior, il Regent e il Solaris.

In Italia, invece, le regioni che più credono nei vitigni resistenti sono quelle del Nord-Est: Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia.

Voi cosa ne pensate? I vitigni PIWI rappresentano davvero la viticoltura del futuro?

 

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Vini e nomi strani: parolacce e proposte osé

In vino veritas, sostiene un famoso modo di dire. Il vino, quando è troppo, può far uscire la nostra parte peggiore o quella più animale. A volte, però, non è neanche necessario berlo, ma solo leggere ad alta voce il nome della nostra bottiglia. Eh già, perché alcune cantine puntano su una strategia di marketing piuttosto, come dire, volgare, ma senza dubbio divertente e vincente! Ecco dei nomi davvero strani dati a dei vini.

Nomi di vini osé e cattivi - Drinks&Co

Vino e parolacce

Avete litigato con il capo al lavoro? Vi hanno tagliato la strada in macchina? Avete fatto due ore di fila alle poste? Tranquilli, nulla che un bel calice di vino non possa sistemare! E se le convenzioni sociali vi impediscono di affacciarvi alla finestra e urlare insulti a chiunque, nessuno vi potrà impedire di leggere a voce alta delle etichette su delle bottiglie.

In questo caso, optate per un Bastardo (che in Portogallo non è altro che una varietà di uva), un Rosso Bastardo (che prende il nome dal paesino umbro da cui provengono le uve) o un Fat Bastard, se vi sentite ancora più arrabbiati. Non dimentichiamoci, poi, dell’intramontabile Nero di Troia, varietà il cui nome deriverebbe dall’omonima città pugliese o dalla leggenda di Diomede, reduce dalla guerra di Troia, che portò con sé in Puglia dei vitigni tipici della sua terra, la Grecia. 

In Australia esiste anche un vino che si chiama Bitch, termine un po’ forte per indicare una donna di facili costumi.

Parolacce e proposte osé: i nomi del vino più strani - Drinks&Co

Vini sexy

L’alcol, si sa, libera i freni inibitori! Ecco allora che i nomi di alcuni vini diventano dei chiari messaggi subliminali, che corrono in aiuto dei più timidi e pudici.

Il Soffocone di Vincigliata è un vino toscano prodotti dall’artista svedese Bibi Graetz. Il nome si rifà, chiaramente, alla fellatio ed è stato ispirato dalle numerose coppiette che, a quanto pare, si appartano vicino alla Cantina Testamatta. Anche lo Scopaio potrebbe apparire come un invito piuttosto esplicito, ma in realtà prende il nome dalla località Lo Scopaio a Castagneto Carducci, in Provincia di Livorno. La selezione di vini Orgasmo, infine, invitano a chiudere la serata in bellezza, anche se ai più romantici suggeriamo il Barbera Baciami Subito, della cantina La Scamuzza.

Vini con nomi sexy e piccanti - Drinks&Co

Sono molti, poi, i riferimenti al sesso femminile. Il Bernarda di Christian Trinchero, ad esempio, è nato dall’unione dei nomi di due famosi vitigni piemontesi, il barbera e il bonarda, ma è stato il voluto doppio senso che ha contribuito a renderlo famoso. Il Merlo della Topa Nera, prodotto da Gino Fuso Carmigiani in provincia di Lucca, invece, è proprio un omaggio al sesso femminile.

Proprio come il Nero di Troia, anche il Passerina è un vitigno dal nome particolare, diffuso nelle Marche, in Abruzzo, in Emilia Romagna e nel Lazio. I piccoli acini di questa varietà risultano particolarmente buoni ai passeri, che ne vanno ghiotti, e non mancano di certo le cantine che hanno approfittato del doppio senso. La cantina Lepore, ad esempio, ha chiamato il suo vino Passera delle Vigne.

Infine, la fattoria Uccelliera ha lanciato un vino chiamato Ficaia, termine che in dialetto toscano ha un significato molto più innocente: albero di fico. Esiste, poi, un vino frizzante che si chiama La Monella, prodotto dall’azienda Braida, ottimo se vi sentite piuttosto esuberanti!

I vini con i nomi più strani: parolacce e proposte osé -Drinks&Co

Non dimentichiamoci degli uomini: il vino non fa distinzioni di genere! Il Bricco dell’Uccellone prodotto sempre dall’azienda Braida, in realtà, non voleva essere un riferimento al membro maschile, ma un omaggio alla vecchia vicina di casa del vignaiolo, una signora soprannominata appunto “uccellone” per la sua abitudine di vestirsi di nero.

Il Pelaverga non è un invito a radersi le parti basse, ma semplicemente il nome di un vitigno a bacca nera piemontese, coltivato perlopiù in provincia di Cuneo. Esistono anche uno spumante biologico che si chiama Addio cugghiuna (letteralmente, “addio coglioni” in siciliano) e un brand di vini dal nome Deunasega, espressione empolese traducibile come “accipicchia!”

E se il biologico ormai si fa strada sempre più sulle tavole degli amanti del vino, esiste ancora chi preferisce una vinificazione più tradizionale, come Rodolfo Cosimi, che intitola il suo Brunello di Montalcino Bionasega, a mo’ di provocazione.

 

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Alla scoperta della tradizione: il Törggelen

L’Alto Adige è una delle mete preferite dagli amanti della montagna. Oltre ai suoi paesaggi spettacolari, la zona offre infrastrutture sportive, centri benessere, numerosi ristoranti stellati e una vasta produzione di vini. Oggi, però, vi parliamo di una tradizione contadina che è tanto amata sia dai locali che dai turisti: il Törggelen. Ecco di cosa si tratta!

Cos'è il Törggelen, la tradizione altoatesina più amata - Drinks&Co

Le origini della tradizione

In passato, all’inizio dell’autunno, era tradizione per i contadini e per gli osti recarsi dai produttori di vino per avere un assaggio del vino della nuova annata, il Nuien. Per accompagnare il vino, i visitatori erano soliti portare con sé qualcosa da mangiare. Ben presto, però, i vignaioli iniziarono loro stessi a servire formaggi, affettati, zuppe e castagne, attirando sempre più persone.

Il nome di questa usanza deriva da Torggl (dal latino, “pressare”), le presse da vino fatte in legno. Queste degustazioni, infatti, avvenivano spesso in cantina – Stube – dove si trovavano gli attrezzi da lavoro dei vignaioli.

Il Törggelen oggi

Oggi il Törggelen è un’occasione per godersi la montagna e le vigne in autunno e per gustare i sapori più autentici della zona. Chi vuole parteciparvi, può iniziare passeggiando per i boschi di castagni e per i vigneti, godendosi i colori caldi della natura in questa stagione. L’escursione viene interrotta, di tanto in tanto, dalla visita dei diversi masi – le locande contadine che si trovano in montagna, tipiche dell’Alto Adige – dove ci si ferma per assaggiare il vino novello e mangiare le castagne arrostite sul fuoco.

Törggelen: l'evento in cui si beve vino novello e si mangiano castagne arrostite - Drinks&Co

Alcuni masi propongono anche altre prelibatezze, come  speck, canederli, polenta, stinco di maiale, ravioli agli spinaci (Schlutzkrapfen), salsicce e gli immancabili crauti. E dopo un bel pranzetto, è d’obbligo concedersi un po’ di dolcezza: come dire no a un bel Krapfen con marmellata? Oltre al vino novello, presso alcuni produttori è possibile provare anche grappe artigianali e il freschissimo mosto d’uva, detto Sußer.

Il Törggelen, che inizia tutti gli anni a ottobre e termina prima dell’avvento, ha luogo nella zona dell’Alto Adige che si estende tra Bressanone, Merano e Bolzano. Per avere più informazioni sulle locande che partecipano all’iniziativa Törggelen Originale – le quali sono tutte riconoscibili dalla frasca con il nastro rosso appesa sulla porta d’ingresso – si può visitare il sito ufficiale dell’Alto Adige – Südtirol.

HalloWine: i vini per un Halloween da paura!

Domani sarà la notte più paurosa di tutto l’anno, la notte di Halloween! Il nostro suggerimento è sempre lo stesso: tenete pronta una bella scorta di bottiglie di vino! Questa volta, però, vi proponiamo di stupire (o spaventare) i vostri amici con dei vini dai nomi terrificanti…

HalloWine: i vini per un Halloween da paura - Drinks&Co

 TAGS:Castle Of Dracula Marsecco Frizzante

Castle Of Dracula Marsecco Frizzante

Benvenuti nel castello di Dracula! Rosso come il sangue, questo vino sprigiona succose note di lampone, viola, amarena e sambuco e rivela un gusto dolce e fruttato. Non è un caso che sia stato scelto proprio il vitigno Marzemino per l’elaborazione di questo vino malefico. Nella celebre opera di Mozart, Don Giovanni esclama “Versa il vino! Eccellente Marzemino!” giusto poco prima di essere inghiottito dalle fiamme dell’inferno. Anche la bottiglia, dallo stile antico e decorata con la “D” di Dracula, potrebbe benissimo essere stata ritrovata in un castello infestato!

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Ponte del Diavolo Sauvignon Blanc 2016

Questo Sauvignon Blanc è un vino fresco e delicato, caratterizzato da una bella mineralità e da un’acidità piacevole. Cosa c’è da temere, vi chiederete. Beh, la cantina Ponte del Diavolo prende il nome da una storia popolare, piuttosto inquietante, che riguarda il maestoso ponte medievale di Cividale del Friuli. Secondo la leggenda, i cittadini fecero un patto con il diavolo in persona: un ponte in cambio dell’anima della prima creatura che lo avesse attraversato. I cividalesi, però, si rivelarono più furbi del demonio e fecero passare sul ponte un animale – un cane, un gatto o un maiale, a seconda della versione. Il diavolo dovette accettare la sconfitta ma, ancora oggi, si sentono strani rumori, simili a grugniti, provenire dalle acque del fiume. 

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Guarini Sangue di Giuda 2018

Vi sentite un po’ vampiri? Bene, allora bevete del sangue! Non vi preoccupate, non siamo impazziti: stiamo parlando del Sangue di Giuda “C’era una volta…” della cantina Losito e Guarini, un vino dolce, vellutato e dal profumo di frutti di bosco. Il nome del vino deriva da un’antica leggenda diffusa in provincia di Pavia. Giuda, infatti, dopo essersi pentito di aver tradito Gesù, rinacque nell’Oltrepò Pavese. La gente locale, inferocita, cercò di ucciderlo, ma egli si fece perdonare proteggendo le viti locali da qualsiasi tipo di malattia.

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Vinovalie Démon Noir Rosé 2017

Torniamo a parlare di ponti e promesse al diavolo. Il nome di questo vino rosato deriva da una leggenda legata alla città di Cahors e al suo monumento principale, il ponte Valentré. Poiché la costruzione del ponte stava tardando troppo (70 anni!), l’architetto deciso di chiedere aiuto al diavolo, promettendogli in cambio la sua anima.  A lavoro quasi ultimato, però, l’architetto cercò di ingannare il diavolo affidandogli un contenitore bucato per trasportare l’acqua necessaria ai lavoratori. Il diavolo, accortosi del trucco, iniziò a togliere, ogni notte, l’ultima pietra della torre centrale, quella che avrebbe determinato la fine del lavoro, che doveva essere quindi sostituita ogni mattina. Oggi, appollaiato su quella stessa torre, è possibile intravedere la statua in pietra del piccolo demonio.

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Casillero del Diablo Cabernet Sauvignon 2017

Il nome di questo vino, “Casillero del Diablo” – “Deposito del Diavolo”, deriva da una leggenda legata direttamente alla famiglia Concha y Toro. Oltre un secolo fa, Don Melchor decise di conservare una partita dei vini migliori per sé. Si rese presto conto, però, che alcune bottiglie erano scomparse dal deposito. Per evitare altri furti, mise in giro la voce che il suo magazzino fosse abitato dal diavolo in persona. La gente della zona, molto superstiziosa, si spaventò molto, tanto che si decise di liberare, durante la notte, un toro inferocito, che vagasse per le tenute e proteggesse contro quei pochi banditi che avevano il coraggio di sfidare il demonio.

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19 Crimes Red Blend 2018

“Un brindisi agli infami!” È questo il motto dei vini 19 Crimes, le cui etichette riportano le foto di veri criminali puniti con la deportazione. Dal 1783, infatti, chiunque avesse commesso uno dei 19 crimini puniti “by transportation” in Gran Bretagna e nelle sue colonie poteva scegliere tra la pena di morte o essere deportato in Australia. Ed  è grazie a questi briganti-pionieri che nacquero, dall’altra parte del mondo, un nuovo paese e una nuova cultura. Questo Red Blend è dedicato al giovane John Boyle O’Reilly, membro della Fratellanza Repubblicana Irlandese. Dopo essere fuggito negli Stati Uniti, John divenne un importante portavoce dei Feniani e della cultura irlandese come direttore del giornale di Boston The Pilot.

Non solo vino: dalle fecce dell’uva si ricava energia!

Dall'uva si produce energia pulita! - Drinks&Co

Per chi non lo sapesse, non tutto il frutto dell’uva si trasforma in vino. Le fecceil deposito che si crea al termine della fermentazione e composto, tra le altre cose, da lieviti esausti, vinaccioli e frammenti di buccia – sono ciò che rimane del processo di vinificazione. Sono scarti che devono essere smaltiti dalle aziende vinicole e che non hanno nessun valore, anzi costituiscono un costo.

Oggi, invece, le stesse fecce hanno trovato una loro utilità: possono essere utilizzate per la produzione di celle fotovoltaiche.

Come funzionano le nuove celle fotovoltaiche?

L’idea di sviluppare delle celle fotovoltaiche dagli scarti della vinificazione nasce dall’incontro tra l’Università Ca’ Foscari di Venezia e Serena Wines 1881, una delle più importanti aziende produttrici di Prosecco.

Il processo brevettato permette di estrarre i coloranti naturali contenuti nei polifenoli dell’uva. Questi, se utilizzati su una base di biossido di titanio, sono in grado di catturare la luce del sole e trasmettere degli elettroni a un semiconduttore. Si tratta, in pratica, di una riproduzione di quello che succede con la fotosintesi clorofilliana nelle piante.

Il progetto è stato finanziato dal Fondo Sociale Europeo della Commissione Europea ed è stato gestito dalla Regione Veneto.

Produrre energia pulita dagli scarti della vinificazione si può! - Drinks&Co

I vantaggi dell’energia derivata dall’uva

Rispetto a quelle al silicio che si trovano in commercio, le celle derivate dall’uva sono più economiche, possono essere utilizzate con un tempo nuvoloso e possono essere disposte su pareti verticali. Fanno anche bene all’ambiente, considerando che non vengono prodotti rifiuti e si produce un’energia completamente sostenibile. Infine, anche le cantine possono sfruttare quelli che un tempo erano scarti a loro favore, vendendoli agli investitori. Insomma, un ottimo esempio di energia circolare!

L’idea, però, è ancora recente e il brevetto è stato depositato dall’Università Ca’ Foscari di Venezia e da Serena Wines 1881 solo nel maggio dell’anno in corso. Affinché le celle siano disponibili sul mercato, dovremo aspettare ancora un po’!

3 cocktail perfetti per l’autunno

Chi ha detto che l’autunno non è fatto per i cocktail? Certo, bisogna dimenticarsi il cocco e l’ananas dell’estate ma, con i giusti sapori, anche questa stagione così colorata può essere, per così dire, bevuta!

Ecco tre ricette che sapranno riscaldarvi il corpo e la mente!

3 ricette di cocktail per l'autunno - Drinks&Co

Sidro caldo alla mela piccante

Questo cocktail è ideale per le sere autunnali di pioggia, quando ci si abbozzola nella coperta calda davanti alla TV.

Gli ingredienti:

4 bicchieri di sidro

1 bicchiere di rum

1 mela a fette

1 arancia a fette

4 bastoncini di cannella

Zenzero fresco a cubetti

La preparazione:

In una casseruola, mescolate il sidro, le fette di mela e arancia, lo zenzero e la cannella. Una volta raggiunta l’ebollizione, riducete la fiamma e fate bollire a fuoco lento per 5 minuti. Togliete dal fuoco e aggiungete il rum. La vostra pozione è pronta!

Si ringrazia lajournaliste.com per la ricetta di questo delizioso drink.

Tre cocktail che renderanno il tuo ottobre più caldo - Drinks&Co

Ottobre Rosso

Un cocktail dedicato al mese in corso e che porta il nome di un grande classico del cinema: ecco l’Ottobre Rosso, proposto da Villa Schweppes.

Gli ingredienti:

4 cl vodka

1 cl di crema di cassis

8 cl di Schweppes 

La preparazione:

In un bicchiere, versate la crema di cassis su dei cubetti di ghiaccio, seguita dalla vodka. Lasciate raffreddare qualche secondo prima di aggiungere la Schweppes. Mescolate energicamente. Se volete, potete decorare il bicchiere con una piccola fetta di lime. Complimenti, l’Ottobre Rosso è nelle vostre mani!

Comprare Vodka Finlandia

Tre ricette di cocktail per l'autunno - Drinks&Co

La Gratitudine

Il Giorno del Ringraziamento non è ancora arrivato, ma è sempre un buon momento per essere grati… ad esempio per la ricetta di un cocktail delizioso! Per la ricetta della Gratitudine dobbiamo ringraziare il Canada, più precisamente il Quebec.

Gli ingredienti:

45 ml Ungava gin

7,5 ml di succo di limone

15 ml di sciroppo di miele infuso con timo

Sidro di mela (quantità a piacere)

Una birra pale ale

Timo fresco

La preparazione:

In un bicchiere, versate un po’ di birra chiara e poi aggiungete tutti gli ingredienti, terminando con il sidro e il timo. Mescolate delicatamente e fate i vostri ringraziamenti!

 

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La vodka e i suoi look

I produttori di vino non sono gli unici ad aver capito che una bella etichetta aiuta a far colpo sui consumatori. Anche le bottiglie di distillati, e in particolare di vodka, vengono spesso abbellite per far colpo sul pubblico.

La prossima volta che andrete in un bar o in un locale, buttate un’occhiata dietro al bancone. Le bottiglie di vodka sono diventate dai veri e propri oggetti di decorazione e, in molti casi, si bada più all’apparenza che al gusto in sé.

La vodka e i suoi look - Drinks&Co

Prima gli occhi

Oggi le bottiglie di vodka hanno assunto le forme più strane. La Crystal Head Vodka, marca fondata dall’attore Dan Aykroyd e dall’artista John Alexander, viene venduta in una bottiglia a forma di cranio, la cui idea è basata sulla leggenda dei 13 teschi di cristallo. La Vodka AnestasiA ha chiesto al designer canadese Karim Rashid di progettare una bottiglia che ricordasse, allo stesso tempo, il logo, la roccia da cui proviene l’acqua utilizzata nella produzione e la pietra vulcanica attraverso la quale viene filtrato il distillato. La Frozen Ghost punta sul sentimento d’angoscia, con la silhouette di un uomo intrappolato nella bottiglia. La Cîroc, vodka ultrapremium, ricorda le sue importanti origini (la sede si trova a Cognac, patria dell’omonimo distillato) grazie ad un’elegante bottiglia in vetro smerigliato. L’Absolut Vodka, invece, s’ispira ai flaconi dei medicinali del XVIII secolo, quando la vodka veniva venduta nelle farmacie svedesi come rimedio per, praticamente, qualsiasi disturbo.

Diciamoci la verità. Molti consumatori considerano la vodka un distillato neutro e non riescono a captare tutte le sfumature che differenziano una marca dall’altra. Ecco allora che la scelta ricade sulla bottiglia più bella, quella che può essere sfoggiata come soprammobile per rendere la propria casa più “cool”.Collaborazioni e limited edition: i segreti della vodka per catturare il pubblico - Uvinum

L’importanza dei colori

Secondo gli esperti del neuromarketing, quanto più una persona riesce a immaginarsi il sapore di un prodotto solo guardandolo, tanto è meglio. Per questo motivo, al momento di decorare una bottiglia si usano dei codici prestabiliti. I colori, per esempio, danno già un’idea sul gusto delle vodka aromatizzate: verde per la mela, arancione per la pesca, rosso per la fragola, giallo per il limone e così via.

Questione di moda

I produttori di vodka sanno che il loro prodotto viene perlopiù consumato in occasioni mondane. Molte marche puntano sull’immagine di “prodotto di lusso”, che deve essere sfoggiato con vanto nel privé di una discoteca e durante un evento privato. Per questo motivo, sono molte le collaborazioni con il mondo della moda. Victoria Secret, Moschino, Gareth Pugh e Roberto Cavalli sono solo alcuni dei brand che hanno prestato la loro immagine al mondo della vodka. La bottiglia, in questi casi, diventa un vero e proprio accessorio.

Vodka Limited Edition

Non dimentichiamoci poi delle numerose serie di vodka Limited Edition. Queste bottiglie sono diventate negli anni l’oggetto del desiderio di molti appassionati e collezionisti, un oggetto di culto e, a volte, delle vere e proprie opere d’arte.

Alcune di queste edizioni limitate sono diventate famosissime, grazie soprattutto ai grandi nomi che ne hanno firmato il packaging. A chiunque sarà capitato di vedere su una rivista, sui cartelloni pubblicitari o a casa di un amico la mitica bottiglia di Absolut Vodka decorata da Andy Warhol (se non sapete di cosa stiamo parlando, cercatela su Google e capirete).

Sempre basandosi sui concetti di unicità e attualità, le marche di vodka hanno pensato a bottiglie dedicate a precisi eventi o situazioni. La Vodka Absolut World, ad esempio, è firmata dall’illustratrice svedese Kari Modén ed è acquistabile solamente negli aeroporti: come spiega la maison, è una vodka dedicata esclusivamente ai viaggiatori. E sempre rimanendo in casa Absolut, chi non conosce la mitica Rainbow, ispirata alla bandiera LGBT.

Sei anche tu affascinato dal mondo della vodka? Ecco alcuni suggerimenti:

 TAGS:Crystal Head Vodka

Crystal Head Vodka

Si dice che la Crystal Head Vodka sia la vodka più pura del mondo. Il distillato viene filtrato ben sette volte attraverso dei cristalli, meglio noti come diamanti di Herkimer. Nessuna traccia di additivi, oli e zuccheri.

 TAGS:Cîroc Vodka

Cîroc Vodka

Cîroc è la vodka più sofisticata al mondo, prodotta esclusivamente con uve Mauzac Blanc e Ugni Blanc. Viene elaborata attraverso la macerazione, la fermentazione e la conservazione a freddo e distillata per ben cinque volte.

 TAGS:Absolut Vodka

Absolut Vodka

Nel 1879, Lars Olsson Smith introduce la distillazione continua, che gli consente di produrre la sua vodka Absolut Rent Brännvin. Smith utilizza solo ingredienti naturali, acqua e frumento invernale di Åhus, la sua città natale in Svezia. Con gli anni la vodka cambia nome, ma non il metodo di produzione.

I vini Triple “A” – Agricoltori, Artigiani, Artisti

Ogni produttore di vino è, allo stesso tempo, un agricoltore, un artigiano e un artista: di questo sono convinti i sostenitori del movimento Triple “A”. Di cosa si tratta? Ve lo spieghiamo noi!

I vini Triple “A” – Agricoltori, Artigiani, Artisti - Drinks&Co

Il movimento

Il movimento Triple “A”, nato a Genova nel 2003, si schiera contro la standardizzazione del vino. Oggi, infatti, le multinazionali del settore vinicolo adottano tecniche agronomiche ed enologiche “in serie”, che pregiudicano le caratteristiche uniche e naturali delle diverse varietà di uva e del territorio. I caratteri organolettici, quindi, vengono uniformati e perduti a favore di una produzione abbondante e destinata al consumo di massa.

In che modo le multinazionali uniformano la produzione di vino? Semplice, utilizzando prodotti chimici nella vigna e lieviti selezionati in laboratorio durante il processo di vinificazione. Queste due pratiche sono assolutamente abolite dal movimento Triple “A”, che preferisce adottare azioni rispettose dell’ambiente per la cura delle piante e che predilige una produzione la meno interventista possibile.

Perché le tre “A”?

  • Agricoltori: Per produrre un vino di qualità, è necessario instaurare un rapporto corretto tra uomo e pianta, basato esclusivamente su interventi naturali. Solamente chi coltiva in prima persona il vigneto è in grado di farlo. Inoltre, è necessario che il vignaiolo conosca bene il terroir e l’uva con cui ha a che fare, in modo da poterli rappresentare al meglio nel prodotto finale.
  • Artigiani: Per non alterare le caratteristiche naturali dell’uva e, di conseguenza, modificare la struttura del vino, il vignaiolo deve conoscere ogni singolo passaggio del processo produttivo, proprio come se fosse un artigiano. Il vino diventa espressione del proprio savoir-faire.
  • Artisti: Fare vino è un’arte, oltre che un gesto d’amore. Il produttore possiede quella sensibilità artistica che gli permette di rispettare la sua “opera”, facendone risaltare i caratteri peculiari che derivano dal terroir e dal vitigno.

Vino e movimento Triple A: di che si tratta? - Drinks&Co

Caratteristiche dei vini Triple “A”

Per produrre dei vini Triple “A”, si devono seguire norme precise:

  • Selezione massale delle viti, per scartare le piante con difetti.
  • È vietato utilizzare sostanze chimiche di sintesi che non rispettino la vite e i suoi cicli naturali.
  • È necessario utilizzare uve perfettamente sane e raccolte una volta raggiunta la maturazione fisiologica.
  • Ai mosti non viene aggiunta né anidride solforosa né altri additivi. L’anidride solforosa può essere aggiunta, ma solo in minime quantità, al momento dell’imbottigliamento.
  • È vietato utilizzare lieviti selezionati. Sì, invece, ai lieviti indigeni.
  • È vietato attuare interventi chimici o fisici prima e durante la fermentazione alcolica. È consentito solo il semplice controllo delle temperature.
  • Il vino matura sulle fecce fini fino all’imbottigliamento.
  • È vietato correggere qualsiasi parametro chimico.
  • È vietato chiarificare e filtrare il vino prima dell’imbottigliamento.

Siete curiosi di provare questi vini rispettosi dell’ambiente e dell’unicità?

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Foradori Teroldego Sgarzon 2016

Il Foradori Teroldego Sgarzon 2016, vino rosso della DOC Weinberg Dolomiten, è prodotto con uve 100% Teroldego Rotaliano. Presenta intense note di mora e mirtillo, spezie e fiori di campo. Il sapore della montagna in bottiglia!

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Arianna Occhipinti Sp 68 Bianco Sicilia 2018

Arianna Occhipinti Sp 68 Bianco Sicilia 2018 è dedicato alla Strada Provinciale 68, la strada che ogni giorno gli agricoltori devono fare per arrivare alle vigne, oggi come tremila anni fa. Lasciati incantare dalle note, tutte siciliane, di timo, rosmarino, arancia, miele e mandorla.